Lino Alerci, Ho due vite. La prima a Enna dove sono nato il 22 agosto 1954. Qui ho giocato, studiato (laurea in pedagogia), mi sono innamorato e … sognato, come tanti, anzi: come tutti. Tra i tanti sogni c’era anche quello -fascinoso, intrigante, coinvolgente- di scrivere. Fino al 1980. Poi, verso la fine di quell’anno ho preso il treno che mi ha portato a Milano per lavoro: impiegato alle poste. Salendo su quel treno entravo nella mia seconda vita, quella che ti concede la maturità, la moglie, una figlia, le rate del mutuo, la macchina… però ti toglie il sogno, la follia, il gusto dell’anticonformismo. Adesso vivo nell’hinterland milanese. Ogni anno vacanze rigorosamente a Enna, perchè le radici non puoi perderle e la sicilianità è una seconda pelle. In quella prima avevo scritto un romanzo, in questa seconda vita ho deciso di pubblicarlo approfittando del fatto che internet offre buone piattaforme di self-publishing; o forse per coltivare la pazza illusione di riprendere il… sogno.


I libri di Lino

 

Vuoti a vivere

Quando Marsso nasce, nel 1943, gli americani stanno bombardando la Sicilia. Sua madre muore di parto e suo padre lo abbandona all’età di quattro anni ed emigra in Germania, o meglio: scappa, perché non si farà più né vedere né sentire. Marsso è un bambino che sogna di trovare una nuvola uguale a un’altra, è un po’ svanito, forse con un lieve ritardo mentale fino a quando incontra i suoi due carnefici che gli cambieranno la vita tanto da farlo diventare feroce, spietato e disilluso. A dodici anni diventa uomo, si aggrega al piccolo circo Decandì per fare il clown, regola i conti con il primo dei suoi carnefici e poi con il padre che lo ha abbandonato. Il resto della sua vita lo dedicherà alla ricerca dell’altro carnefice che gli è sfuggito. Luciano ha quindici anni quando in un liceo di Milano incontra e si innamora di Eugenia, una sua compagna di classe bella, ricca e fascista. Crede che l’amore si possa comprare con la crudeltà e la ferocia che lo farà diventare un attivo picchiatore. Il salto di qualità gli si presenta quando un giornalista che scrive libri sulle destre estreme caduto sotto la lente d’osservazione del gruppo, viene invitato ad un convegno a Milano… Ma si fa accompagnare dalla figlia sedicenne, e questo gli complicherà la vita. Gli toccherà pure rinunciare all’amore di Eugenia, fino a quando la vita e la morte si incroceranno in uno strano miscuglio in cui il bene e il male lo confonderanno. Il resto della sua vita sarà una lunga attesa di qualcuno che gli possa perdonare il male che ha fatto. Rosa è una scrittrice che fa fatica ad inseguire le parole e a proseguire nella scrittura del romanzo a cui sta lavorando. Nella sua vita c’è un dolore aspro che riguarda sua figlia Ammina, un dolore che spesso lei fa rivivere nei libri che scrive. Si sta accusando? Si sta flagellando? Si sta punendo? O si sta autoassolvendo? O sta cercando di rivivere, in forma romanzata, quello che è toccato vivere a sua figlia? Vive di sensi di colpa, conficcati nel suo passato, o di speranze che possano scrutare nel futuro? Il suo problema è che alle volte sente passato e futuro come due oscure entità che confluiscono inspiegabilmente e illogicamente in un unico eterno presente. Fa fatica a separare la donna dall’autrice e quello che sta scrivendo la confonde con quello che ha segnato drammaticamente la sua vita. Cos’hanno in comune tre persone tanto diverse per età, sesso e collocazione geografica? Marsso vive nel “doppio” di chi sta compiendo un percorso dal bene al male; esattamente contrario al “doppio” di Luciano che vorrebbe affrancarsi dal male commesso per accedere al bene. Rosa, infine, così poco incline ad accettare l’oggettiva freddezza della sua scrittura è succube di un trauma che non riesce a superare. Si incontreranno casualmente tutti e tre su un treno in Sicilia, diretti tutti verso la stessa destinazione. È sul treno che Rosa piano piano comincia a notare inquietanti somiglianze tra i suoi due compagni di viaggio e i due personaggi del suo romanzo, come se i “vuoti” del romanzo si dilatassero per prendere un posto nella vita, per vivere. E sarà sempre su quel treno che avviene un’altrettanta misteriosa alterazione dello spazio e del tempo: è il tempo che non c’è, quello che non scorre più in sintonia col tempo che vedono trascorrere sui loro orologi. Il treno è diventato una specie di capsula dove il presente diventa un mostro che ha ingoiato il passato e il futuro: un’eternità angosciante e misteriosa dove i tre scopriranno la sottilissima trama che li legava a loro insaputa. Omicidi, stupri, bisogno di ottenere perdono o necessità di continuare ad uccidere per completare una vendetta iniziata più di sessant’anni prima, saranno le connessioni che in un sottilissimo gioco dialettico e psicologico emergeranno come legami delle loro vite. È una drammatica e convulsa lotta per ricavare una parvenza di verità, per far luce nella babele in cui i “pieni” si confondono con i “vuoti”, la realtà con la finzione, l’amore con la violenza. Nell’eternità del treno si ritrovano prigionieri e vuoti. Ma costretti a vivere. Poi compare una pistola che spara e il vuoto si fa spavento…

Mala carne

Tre quattordicenni che alla fine degli anni Sessanta sentono di stringere un’amicizia forte e vigorosa come un patto di sangue; le fiamme ideologiche dei Settanta che ardono nella loro vita fino a sfiorare la lotta clandestina; un mostro nero che versa la sua forza devastante nelle loro vite quando hanno ventun anni. Amanda che entra nelle loro vite, bella, pulita, capace di scorgere l’integro che la loro giovane età cerca di possedere. Giulio, Manfredi e Lorenzo hanno diviso la loro vita nella loro amicizia: ora è la loro vita che rimane divisa dal calore e dalle sicurezze che quell’amicizia offriva. Un cosmo perfetto, ordinato, limpido, pulito che diventa caos, un intero che si rompe e si disperde, un peso di piombo che graverà sulle loro esistenze per oltre quattro decenni. Cos’è il mostro nero che ha diviso le vite di Giulio, Lorenzo e Manfredi? Perché Giulio sta tornando in Sicilia? Qual è l’intero che si è sbriciolato e che hanno perso? Si può riparare all’odio? Si può guardare in faccia il male assoluto? Si può perdonarlo? Riuscirà Giulio, alla fine della sua carriera di fotoreporter, ad uscire dal labirinto delle mutazioni di Caino e ricostruire un intero che si era rotto quarantré anni prima? Riuscirà una giornalista che somiglia a Uma Thurman a svelare qual è il nodo scorsoio legato al collo di Giulio? Capire perché l’uomo ama perdersi nei posti più pericolosi del mondo? E, soprattutto, farsi raccontare perché ha rinunciato alla celebrità quando avrebbe potuto fotografare Osama Bin Laden, l’uomo più ricercato dai servizi segreti di mezzo mondo? E poi l’odio che scanna, stupra, uccide. O l’indifferenza che non vede, né sente, né parla. E Josefa rimasta quarantotto ore in balia delle onde prima di essere salvata, o Mariam costretta a prostituirsi nelle prigioni libiche, o i caminantes lungo la frontiera Messico-Stati Uniti, o Emma Gonzalez sopravvissuta ad una delle tante sparatorie nelle scuole dell’America di Trump. Pagina dopo pagina al lettore vengono svelati fatti, idee, personaggi che — come le tessere di un puzzle — consentiranno di ricostruire una vicenda iniziata nel 1969. La narrazione è ricca di flash-back, e si avvale pure di un piano narrativo asincrono, per cui una storia sembra fermarsi per consentire ad un’altra di apparire. E il lettore dovrà aspettare che i due pezzi combacino perfettamente.

Il concetto di nazionale in Antonio Gramsci al tempo del compromesso storico

Anni ’70, anni di feroci ideologismi e di duri scontri politico-culturale. Il PCI di Enrico Berlinguer è in forte espansione: sta portando avanti un progetto politico strano per la cultura marxista di allora: il compromesso storico, ovvero un’alleanza tra la componente comunista, quella cattolica e quella socialista che lo porterà ad essere la più notevole forza comunista nell’Europa Occidentale. Il pensiero gramsciano, cosi, conosce in quegli anni interpretazioni “di destra” o “di sinistra”, tendenti, le une e le altre, a dare un’idea di un PCI ancora sotto i postumi “leninisti” o, all’opposto, un PCI ormai avviato verso un “revisionismo” socialdemocratico. Tra le due interpretazioni, naturalmente si pone anche quella “ufficiale” del partito che tende, attraverso una lettura del testo gramsciano di una alternativa politica, a giustificare criticamente, storicamente e politicamente il compromesso storico. Questo testo non ha la pretesa di essere esaustivo dell’intero pensiero gramsciano di per sé estremamente vasto e complesso; ma analizza il concetto di nazionale proprio nel momento in cui il PCI stava facendo il massimo sforzo per identificarsi come una delle parti politiche in grado di sviluppare un modello politico e culturale innovativo per unificare il Paese attraverso il coinvolgimento della classe operaia

Mal’essere – aspettando Goodot si può morire

Essere stati troppo giovani nel ’68 e troppo vecchi nel ’77; vivere in una meschina provincia siciliana dove i ras politici democristiani dettano le regole e stabiliscono le norme che regolano la vita dei loro elettori-sudditi; ritrovarsi nel 1980 a 25/26 anni ancora senza un lavoro né uno status, con alle spalle i miti degli anni ’70 in decomposizione; temere di piombare nell’incubo piccolo borghese che tritura e annienta i candidi, virginei idealismi; sentirsi ai margini di ogni cosa, soprattutto a quelli della storia che li tollera a malapena e non li riconosce e non li rappresenta. È questo l’”essere” di un gruppo di giovani che pur con le loro miserie e debolezze, in quel contesto avrebbero voluto cambiare la meschina provincia, la Sicilia, il Meridione, insomma: il mondo. Ma è il mondo che ha già cominciato a cambiare la loro vita: sono dei perdenti che il riflusso sta trascinando verso un “essere” che cede al “male” della passività, del disinganno, della morte, anche se no sarà quella biologica. È una specie di fermo immagine, la storia è minimalista, ed è raccontata con il linguaggio della rabbia, della disperazione, dell’impotenza di chi non è riuscito a seguire fino in fondo l’insano sogno di cambiare tutto.