Eugenio Amaradio, avvocato ed appassionato di storia e narrativa, è nato ad Enna e vive tra questa Città e Catania. Ha ricoperto parecchi incarichi professionali di prestigio tra cui la Presidenza della Commissione Tributaria e del Co. Re. Co., Comitato Regionale di Controllo, di Enna. E’ stato componente dell’Assemblea Nazionale dell’O.U.A., Organismo Unitario dell’Avvocatura per conto del quale ha curato per alcuni anni la rivista “Avvocatura”. Per il Rotary Club di Enna ha coordinato “Ennarotary”, rivista socio-economico e culturale della Provincia di Enna ed ha curato, quale Segretario della Giuria, tutte le edizioni del Premio di Letteratura Umoristica “Umberto Domina”. Ha pubblicato nel 2006  il libro “La Ribellione di Castrogiovanni contro il Vescovo di Catania – Un episodio di storia siciliana del 1627”, saggio storico illustrato da Bruno Caruso e poi nel 2011, con ilmiolibro.it del Gruppo Ed. L’Espresso, il volume “Ero Balilla” – In Sicilia nel 1943”, testo di ricordi e critica storica, nel 2013 Cose mai viste né ‘ntisi nella Sicilia del ‘600, con lo stesso editore La Lussografica

 


I libri di Eugenio

 

La ribellione di Castrogiovanni contro il Vescovo di Catania (1627)

“Viscuvu in Catania ci stetti / Innoccenziu Massimu Romanu …”. Con questo verso il poeta dialettale Fra Gieronimo Pane e Vino inizia un suo poemetto intitolato “Relazione Veridica … etc,“ nel quale viene data la notizia della nomina di  questo prelato a Vescovo di Catania. Nel 1627 questi era venuto in visita pastorale ad Enna, che allora faceva parte della stessa diocesi ed, essendosi circondato “di persone imperfette” ed essendo egli “avido del danaro e la sua Corte un puoco libertina”, aveva provocato una ribellione popolare come ci narra anche lo storico ennese Padre Giovanni dei Cappuccini. Eugenio Amaradio, che ebbe e rinvenire tali documenti presso la Biblioteca Comunale di Enna, ha scritto, dopo ulteriori ricerche, anche presso l’Archivio Segreto Vaticano, un saggio storico in proposito intitolandolo “La Ribellione di Castrogiovanni contro il Vescovo di Catania”, che venne pubblicato nel 2006 dalla Lussografica di Caltanissetta, arricchito con i magnifici disegni del noto pittore Bruno Caruso.

Ero Balilla in Sicilia nel 1943

Eugenio Amaradio, stimolato da un’operetta di Nino Savarese intitolata “Cronachetta Siciliana dell’estate 1943”, ha voluto narrare anche lui i suoi ricordi di ragazzo su quell’estate, con la sua cronaca e le sue riflessioni sugli eventi della Guerra in Sicilia, alternando i suoi ricordi personali di Balilla alle letture storiche successive. L’opera venne poi pubblicata nel 2009 nella Collana “ilmiolibro” del Gruppo Editoriale L’Espresso.

Cosi mai visti né ‘ntisi nella Sicilia del ‘600

Dopo aver pubblicato il saggio storico sulla Ribellione di Castrogiovanni del 1627, Eugenio Amaradio è tornato sullo stesso argomento nel 2015 con un romanzo storico intitolato “Cosi mai visti né ‘ntisi …” anch’esso pubblicato dalla Lussografica di Caltanissetta con disegni di Bruno Caruso. In quest’opera l’autore alterna alcuni passi salienti del saggio storico precedente con una narrazione di fatti e misfatti coevi, facendo interagire alcuni personaggi storici con altri verosimili. Insieme al Vescovo, che aleggia sull’intero contesto, egli ha fatto rivivere la corte vescovile, i giurati ed i cittadini del tempo, i nobili ed i popolani rappresentandoli nella vita di ogni giorno con i loro problemi, amori ed odi, angustie e preoccupazioni ed anche gioie ed ambizioni, in un quadro d’insieme, come in un caleidoscopio inserendo, oltre agli avvenimenti accertati, molti fatti particolari immaginati.

La rivolta del 1627 contro il Vescovo di Catania” con, in appendice, il relativo poemetto di fra Gieronimo Pane e Vino, in ottava rima siciliana.

Nello stesso 2015, Eugenio Amaradio ritenne di ripubblicare, con la Collana “ilmiolibro”, allora ceduta al Gruppo Editoriale GEDI, il saggio precedente sulla Rivolta di Castrogiovanni, aggiornato con ulteriori ricerche e in veste economica, contenente in appendice e per la prima volta, il poemetto di Fra Gieronimo Pane e Vino, interamente trascritto dall’originale e con numerosissime note chiarificatrici sui molti passi di difficile interpretazione.

 


Ascolta l’audiolibro di Eugenio

Tanti ringraziamenti a: New Project Record di Salvo Conte, Orazio Costorella, Alfio Patti, Egle Doria

Seconda parte

 


Le recensioni  e le interviste di Cosi mai visti nè ‘ntisi

di Anna Maria De Francisco Aveni

“Cosi mai visti né ‘ntisi” è l’intrigante titolo in dialetto del romanzo storico di Eugenio Amaradio, avvocato ennese, che s’ispira a un suo precedente (2006) saggio su “La ribellione di Castrogiovanni contro il vescovo di Catania – Un episodio di storia siciliana del 1627” Il nuovo libro è pubblicato dalla Lussografica di Caltanissetta, pagg. 221, euro 16. La copertina è quasi interamente occupata da un disegno a colori di Bruno Caruso e all’interno da schizzi in bianco e nero del pittore palermitano dal tratto espressivo, immediato ed efficace. Caruso si fa partecipe delle vicende narrate e con umana solidarietà rende testimonianza del sopruso perpetrato dal vescovo di Catania Innocenzo Massimo nei confronti degli abitanti della città demaniale di Enna. Per spillare quattrini l’avido prelato impose una multa persino a chi, ed erano tanti, avevano avuto rapporti carnali prima del matrimonio coi loro futuri coniugi. Poiché molti si rifiutarono di pagare, le donne “in stato di peccato” furono imprigionate e alcune, si disse, oggetto di avance e violenze. In questo contesto s’innestano storie di notabili e di popolani, un mosaico di tessere si rincorrono mutando colore, una sequela di fili si snodano alternandosi in continuazione, sospesi e ripresi in lenta crescita, sino alla soluzione finale, quando sarà palese anche chi ha ucciso il tenente Ramirez. In fondo interessa poco saperlo, perché non si sta parlando di un romanzo giallo, ma storico, corale, ricco sì di suspence, ma soprattutto di passioni e sentimenti, di stati d’animo, di sfumature psicologiche. Sono raccontati atti di coraggio e di civiltà, ma anche e specialmente beghe di provincia, gelosie, ritorsioni, ripicche di un centro montano, turbato da un grande e grave evento, quale la scomunica, causata dalla rivolta popolare contro il vescovo e i suoi accoliti. Il romanzo, man mano sempre più avvincente, trascina il lettore nel mondo rappresentato e puntualmente descritto. I fatti parlano da se stessi più di verbosi commenti. L’autore non esprime giudizi, né sputa sentenze. Una frase significativa si coglie, oltre la metà del romanzo, pronunziata da don Cesare Leto rivolta a Filippo Trifirò: la cosa più importante è essere a posto con la propria coscienza. “Per il resto, mondo è stato e mondo sarà. Ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre i buoni e i cattivi. Ma pochi potranno dire di essere stati sempre a posto con la propria coscienza. Forse nemmeno tu, che tuttavia almeno ci tenti.” E’ spontaneo qualche raffronto storico-letterario ricordando la Lombardia de I promessi Sposi negli stessi anni (1628-30), la rivolta palermitana del 1647 di Giuseppe Alesi contro il malgoverno spagnolo, che ispirò “Il capopopolo” di Nino Savarese, e la condanna al rogo (1658) di fra Diego La Matina per aver ucciso l’Inquisitore, secondo l’accurata ricostruzione di Sciascia. Si potrebbe continuare, ma a che pro? Il libro di Amaradio si pone accanto a questi autonomamente. Il suo non è solo un contributo alla propria città per rivangare sepolti fatti memorabili, ma è un’opera bene strutturata, ben ritmata, che immerge il lettore nel mondo vivo e affascinante della fantasia corroborata dal fondamento storico di base. Matrice dichiarata del romanzo è il poemetto in ottava rima siciliana di tal fra Gieronimo Pane e Vino, da cui è tratto il titolo e l’incipit di ogni capitolo. Ne deriva un affascinante tono epico iniziale al racconto, che poi invero, discostandosi dal modello, si snoda con naturalezza pacato e discorsivo, con circostanziati riferimenti a luoghi e persone, attento ai fatti proposti, siano quelli della storica rivolta siano quelli della vita quotidiana. Ciascun personaggio, anche se gioca un ruolo episodico, si cala ben caratterizzato nel contesto, così da offrire un contributo al quadro d’insieme, all’affresco complessivo. Epica drammaticità si coglie piuttosto nelle intense immagini di Caruso come nei calorosi versi di fra Gieronimo. Una originale rivisitazione, dunque, quella di Amaradio, un approfondimento della fantasia al materiale fornito dal frate ennese, conservato nella biblioteca comunale, da cui in precedenza sono state tratte le notizie che, ampliate, approfondite e, infine, profusamente illustrate da Bruno Caruso, hanno consentito la stesura del saggio storico, datato 2006, stessa casa editrice, euro 35.

 


di Gaspare Agnello

Eugenio Amaradio è un noto Avvocato di Enna che si è già cimentato con la letteratura avendo già pubblicato nel 2006, con la Lussografica, “La ribellione di Castrogiovanni contro il Vescovo di Catania” con le pregevoli  illustrazioni di Bruno Caruso che ne fanno un libro d’arte. Nel 2011, con ilmiolibro del Gruppo Editoriale l’Espresso ha pubblicato un altro libro storico “Ero Balilla” ‘In Sicilia nel 1943’ in cui si parla dello sbarco degli Americani in Sicilia con particolare riferimento alla occupazione della città di Enna che era sede della sesta armata e quindi obiettivo militare privilegiato per i bombardamenti dei terribili quadrimotori delle forze anglo-americane. Ora ritorna sulla ribellione della città di Castrogiovanni  del 1627 contro il Vescovo di Catania Innocenzo Massimo Romano con un romanzo storico “Cosi mai visti né ‘ntisi” ‘Nella Sicilia del ‘600’ ancora con i tipi della casa editrice Lussografica di Caltanissetta  e con i pregevoli  disegni di Bruno Caruso. Ottima l’idea di mettere all’inizio di alcuni capitoli, i versi del poemetto di Fra Gieronimo Pane e Vino che tratta, appunto, della rivolta di Castrogiovanni. Il libro contiene una postfazione del Professore Liborio Termine che è ampiamente esaustiva e che, da sola, basterebbe a spiegare la bellezza e il senso del libro. Il Professore Termine parlando della normalità e della tendenza dell’ennese a seppellire il ricordo della storia che considera ‘naturalità’, afferma: “Credo che questa caratteristica spieghi la ragione per cui l’epica non si adatti all’ennese, perché non trova innesti né nel modo in cui snoda la sua vita nè nella visione che della vita egli ha. Non sorprende, dunque, se all’ennese manca un sentire romanzesco e perciò non riesce a fare dell’esistenza, delle trame stesse del suo svolgersi, “romanzo”. Non mi sembra davvero un caso che sia proprio Savarese a darne ampia dimostrazione: lui che, avendo assunto ciò che è propriamente ennese come natura narrativa, non è mai riuscito a farne un vero romanzo. AMARADIO CI RIESCE, IL ROMANZO LO FA. E ci riesce proprio perché, preso il “fatto”, non lo abbandona un momento. Lo assume come struttura primaria, “fonte” che punteggia lo svolgimento narrativo e, allo stesso modo, “fonte” dell’invenzione romanzesca che non vi è mai esterna né vi si sovrappone. Si  istituisce così un’architettura che ha qualcosa di eccentrico e di intrigante, e che a me, ennese, siciliano, risulta molto familiare”. “La struttura, continua il Professore Termine, molto  mi ricorda i quadri del cartellone del cantastorie ciascuno dei quali si apre al “cunto”, che nella voce e nel corpo del cantastorie si fa narrazione e drammatizzazione. Allo stesso modo, appunto, in cui, nel testo di Amaradio, il reperto storico, il documento che dà certezza del fatto, nel suo fare da “introduzione”, diventa via via sipario e scenografia che scopre e anima lo svolgimento romanzesco a cui è sostanza l’uomo, il suo sentire, il suo patire”. Detto questo voglio subito entrare nel cuore del libro che, parlandoci della rivolta di Castrogiovanni  contro il Vescovo di Catania Innocenzo Massimo Romano, ci descrive la società siciliana del seicento che vive sotto il terrore della doppia inquisizione della Chiesa e del Governo spagnolo. Il quadro che ne viene fuori è desolante e drammatico e fa impallidire la narrazione manzoniana che descrive una società lombarda ingiusta, oppressiva, mafioseggiante che, però, non ha i connotati terribili e assurdi dell’inquisizione. Le vessazioni che subisce il popolo di Castrogiovanni sono inaudite e il Vescovo, con la scusa di voler raddrizzare i costumi della popolazione, in ossequio al Concilio di Trento, impone nuovi balzelli che la gente non può sopportare per cui è costretta alla ribellione che scoppia nell’anno 1627. Lo stesso prelato Don Cesare afferma a tal proposito: “Certo bisogna pur riconoscere che la responsabilità di quanto stava accadendo era del Vescovo e del suo Assessore Fiscale. Costoro avevano perseguito il loro scopo di procacciarsi del denaro a tutti i costi e a scapito della povera gente. Era come se avessero voluto estrarre altro succo da un limone spremuto”. Le accuse che venivano mosse agli abitanti di Castrogiovanni  erano di concubinaggio, di avere rapporti sessuali prematrimoniali, di convivenze illegittime, di figli avuti fuori dal matrimonio e di altre irregolarità che, in quel tempo, erano normali e accettate da tutti. Il Concilio di Trento aveva proibito tutte queste illegittimità e il Vescovo, forte della Controriforma, aveva sanzionato i cattivi costumi con ammende esose che dovevano servire a rimpinguare le casse della Curia. E’ da dire che, ancora oggi, il concilio di Trento tenta di far valere le proprie antiche ragioni. Nella vicenda si inserivano anche le lotte fratricide dei baroni e nobili del tempo per la conquista del potere, i soprusi dei potentati locali, le condizioni di vita miserevoli della gran massa della popolazione. Per descrivere la società del tempo ci soccorre ancora Don Cesare che afferma: “…che i tempi erano cambiati, che ormai non c’era alcun ordine sociale, né educazione e rispetto reciproco, che tutti si trovavano esposti alle angherie dei più forti…” “….La Sicilia, forse per la sua posizione al centro del Mediterraneo, era sostanzialmente indifesa per cui periodicamente era stata invasa dal potente di turno. I vari dominatori il più delle volte avevano sfruttato le sue ricchezze e non si erano interessati di altro. Anzi l’avevano abbandonata al suo destino nelle mani dei piccoli potentati locali. Costoro, in eterna lotta tra di loro, nel vano tentativo di prevalere uno sull’altro, non erano mai riusciti a liberarsi dagli stranieri. Spesso avevano chiamato i n loro aiuto un altro straniero che immancabilmente era diventato il nuovo dominatore. La più grave conseguenza di tutto ciò era stata la carenza di un potere centrale che avesse potuto efficacemente governare. Così era rimasta in vigore solo la legge del più forte e il pesce più grande aveva mangiato sempre il pesce più piccolo. Per avere un minimo di giustizia e protezione si era dovuti sottomettere al vicino più forte che, a sua volta, aveva messo in atto angherie ancora più pesanti. L’ordine e la giustizia erano diventati parole vacue e la convivenza sociale era andata allo sfascio. Questa volta era venuto un Vescovo ad angariare la povera gente. Domani sarebbe potuto venire magari un nobile, come questo Barone Petroso. E poi chi sa altro”. Don Cesare, dopo avere ricordato la ribellione, che aveva cercato di fermare, “confessò che in cuor suo l’aveva approvata. Aveva giustificato l’ira del popolo che aveva subìto oltre alle angherie del Vescovo anche  i soprusi della sua corte. Non si potevano e non si dovevano più accettare passivamente le ingiustizie altrui. Bisognava lottare con tutti i mezzi perché si garantisse l’ordine anche in questa terra martoriata”. Intanto il popolo, spinto anche da alcuni notabili che avevano interesse a cambiare l’ordine costituito, si ribella e costringe a fuggire da Castrogiovanni il Vescovo che ivi si trovava in visita pastorale saccheggiando palazzi e le prigioni da cui furono fatti uscire i carcerati. La reazione fu violenta. Viene inflitta la scomunica e viene mandato a Castrogiovanni il giudice Antonio Costa che, con la sua ferocia, attrezza la camera di tortura e manda in carcere nobili e popolani i quali ultimi vengono duramente condannati mentre i nobili escono dalle patrie galere pagando qualche multa. Alla fine il nuovo Vicerè Francesco Fernandez de la Cueva concede la grazia ai condannati, viene ritirata la scomunica e a Castrogiovanni ritorna la pace una pace armata per evitare altre questioni che si vedono all’orizzonte. Si vis pacem, para bellum. Questa è la nervatura principale del libro che però è molto ricco, complesso, e riesce in maniera pregevole a dare la dimensione del secolo terribile che è il seicento della controriforma e dell’inquisizione. La narrazione si svolge a incastro ed è una composizione di storie che potrebbero vivere ognuna a se stante ed essere oggetto di  racconti lunghi. L’uccisione del tenente Remirez occupa lo spazio di un vero e proprio romanzo autonomo da cui viene fuori uno spaccato di quella società dominata dall’usura, dalla corruzione, da rapporti di uomini del potere con donne di ogni tipo, da vendette, da intrighi, da una giustizia sommaria capace di fare morire nelle patrie galere persone che nulla avevano fatto di illegale. Il Capitano Filippo Trifirò conduce le indagini e fa una lista di sospettati che avrebbero potuto avere interessi a uccidere il tenente e tra questi c’è Turiddu Trebastoni, la cui madre era l’amante del Tenente, Marino Giacona usuraio, Gigino Zappalà, don Giuseppe Ribera la cui donna era stata importunata dal Tenente, Matteo Filino che viene arrestato, che confessa il delitto per poi ritrattare. Matteo, forse innocente, viene lasciato nel castello di Castrogiovanni dove si suicida, senza che nessuno conoscerà mai la verità sula morte del Tenente Ramirez. Un altro capitolo del romanzo è la storia di Agata e dell’amore di Gilberto per questa delicata fanciulla. La storia è veramente drammatica e lo scrittore Amaradio ci riserva tante sorprese e colpi di scena che mi ha riportato alla fantasia sfrenata di Camilleri che inventa situazioni impensabili. Le pagine sull’amore di Gilberto per Agata sono certamente le più toccanti del libro e la fine della ragazza è quella che si addice alla società del XVII secolo in cui sarebbe stato inconcepibile che un nobile potesse sposare una popolana e questo anche se i nobili, in fondo, erano peggiori degli altri. Don Filadelfio sostiene che “Un gentiluomo era tale se aveva una moglie e dei figli legittimi e una o più mantenute con dei figli illegittimi, che aveva adeguati e consistenti debiti, principalmente di gioco; che aveva  o aveva avuto parecchi procedimenti giudiziari e in particolare una causa di divisione ereditaria o, comunque, civile della durata di almeno un ventennio”. Agata fa un figlio con il suo promesso sposo, che muore prematuramente. Per questo suo peccato viene incarcerata e liberata da Don Federico che le dà ospitalità nella sua casa dove il figlio di Don Federico se ne innamora senza che questi abbia la forza di manifestare il proprio amore. Poi Agata torna alla sua famiglia e subisce tante amare vicissitudini che la portano alla morte, dopo che Gilberto le manifesta il proprio amore  che era ricambiato in silenzio dalla povera Agata. Io sono certo che gli attenti lettori del libro sapranno cogliere la bellezza di queste pagine manzoniane che ci rivelano uno scrittore attento, consumato nell’arte dello scrivere, smaliziato, che sa usare anche la tecnica del giallo per tenere appeso il lettore al libro e ai fatti narrati di cui vuole conoscere la conclusione. Ho letto gli altri libri di Amaradio che ho anche recensito positivamente ma questo lavoro lo consacra scrittore a tutto tondo anche perché, come ha scritto, il Professore Termine, Amaradio ha dato alla città di Enna il suo libro.  Un libro aggiungo io che ridà alla città di Enna la sua dimensione ‘epica’ e il senso della ribellione che ha radici profonde nel suo Euno che seppe ribellarsi all’occupazione dei romani. E poi è da aggiungere che il libro è frutto di una ricerca storica attenta e meticolosa che ha portato l’autore fino ai segreti archivi del Vaticano e agli archivi provinciali e regionali della Sicilia per attingere notizie sul Vescovo Innocenzo Massimo Romano e su quella rivolta di popolo che dà senso e dignità a un popolo che trova la sua ragion d’essere nella storia antica e recente, appunto in Euno e in coloro che hanno assaltato il Castello per cambiare la loro vita e liberare i loro prigionieri, anche se in Sicilia i processi di cambiamento durano secoli. L’assalto alla Bastiglia, che ha dietro l’illuminismo, è più conosciuto ed è diventato simbolo della nuova era borghese, l’assalto al Castello di Enna, meno noto, assurge a simbolo di riscatto, a simbolo della dignità di un popolo che il libro epico di Amaradio  vuole valorizzare e considerare nel suo giusto valore simbolico. E infine ritornando alla forma di cui parla Liborio Termine a cui la struttura del libro ricorda i cartelloni dei cantastorie io aggiungerei che il libro contiene in esso tanti soggetti teatrali o cinematografici. Si può trarre un’opera cinematografica dalla storia della rivolta, un altro film può essere tratto dalla storia di Agata e  Gilberto, che ha qualche tratto in comune con la storia di Renzo e Lucia soprattutto per la cornice storica in cui i due avvenimenti si sono consumati. Un giallo potrebbe essere tratto dalla storia dell’uccisione del tenente e dalle indagini per scoprire l’assassino. Per le scene ha provveduto lo stesso Amaradio che, in certi momenti, raggiunge livelli eccezionali. L’incipit del libro ha sapore sciasciano ed è una vera e propria scena da film: “Angilo arrancava dietro le due mule che, sovraccariche di paglia, s’inerpicavano lungo il rapido sentiero della Scalazza. Questo era una scorciatoia che portava al paese molto più rapidamente della trazzera che scorreva sinuosa sui fianchi del monte. Le cicale, che sino a qualche ora addietro con il loro stridio avevano assordato le sue orecchie, ora tacevano. Il sole andava tramontando dietro le colline e indorava la massiccia mole tufacea della montagna. Di tanto intanto, allorchè egli non riusciva a tenere il passo delle mule per lo spossamento accumulato in una giornata di duro lavoro, si appendeva alla coda di una di esse e si faceva tirare nella salita. Ma appena si accorgeva che la mula cominciava ad affaticarsi eccessivamente, lasciava la presa e ricominciava a seguirla stancamente, cercando di non farsi distanziare. Spesso si girava a guardare se suo fratello Mariano, che seguiva con altre due mule altrettanto cariche, tenesse il suo passo. Con una grossa vociata, lo richiamava a non restare troppo indietro”. Un regista che volesse fare un film troverebbe la scena bella e descritta da uno scrittore che diventa pittore; e di questi quadri è pieno il bellissimo libro di Eugenio Amaradio che merita una platea nazionale. Chiuppano, lì 24.8.2015 Gaspare Agnello

 


Intervista a cura di Tiziana Tavella per La Sicilia

D: Avvocato, ci vuole narrare come è venuto a conoscenza dell’episodio storico da cui ha tratto il saggio intitolato “La Rivolta di Castrogiovanni contro il Vescovo di Catania del 1627”?

R: La Città di Castrogiovanni, oggi Enna, si rivoltò nel 1627 contro il Vescovo di Catania Innocenzo Massimo. Questo episodio storico era sconosciuto ai più. Ne venni a conoscenza leggendo la Storia di Enna di Paolo Vetri che divulgai. Avendo anche appreso così che esisteva un coevo poemetto manoscritto in rima siciliana di tale Fra Gieronimo Pane e Vino e che questo documento era custodito presso la Biblioteca Comunale di Enna, ne ottenni copia, lo trascrissi e interpretai. Seppi che il Vescovo Innocenzo era venuto a Castrogiovanni in visita pastorale  per la “correzione dei costumi” e che lo stesso aveva indetto una nuova inquisizione su tutti coloro i quali “s’havessero pratticato prima del suo sponsalizio stante detto Vescovo haver stabilito una gravosa pena pecuniaria” che molti non pagavano per cui “prendevano le moglie, stante gli huomini si ritiravano nelle campagne e le carceravano … con operando la Corte molte discolerie …” per cui il popolo si ribellò. Continuate le ricerche, cominciai a scrivere una esposizione sintetica dei fatti, con alcune note per inquadrare il periodo storico e con qualche riferimento anche agli effetti del Concilio di Trento sugli usi e costumi delle nostre popolazioni. Il Maestro Bruno Caruso si entusiasmò della storia e realizzò una serie di magnifici disegni che trasformarono il mio scritto in un’opera d’arte. Così mi fu facile pubblicare nel 2006 il mio lavoro intitolandolo “La Ribellione di Castrogiovanni contro il Vescovo di Catania”. Tale opera venne apprezzata dal Prof. Giuseppe Giarrizzo della Facoltà di Lettere dell’Università di Catania che ne sollecitò la presentazione ai Benedettini. Tra i vari riconoscimenti non posso non citare una cortesissima nota del Prof. Adriano Prosperi della Normale di Pisa.

D: Poi, come è arrivato al romanzo storico relativo intitolato “Cosi mai visti né ‘ntisi nella Sicila del ‘600”?

R: Già allora, contestualmente alla stesura di quell’opera, mi proposi di allargare la trattazione dell’argomento alternando, a singoli episodi della stessa, la narrazione di un romanzo contenente un’esposizione di fatti e avvenimenti, il più delle volte verosimili e attinenti a quel periodo che ho intitolato “Cosi mai visti né ‘ntisi” traendolo da un verso del poemetto di Fra Gieronomo Pane e Vino di cui ho detto. Ho fatto poi interagire dei personaggi reali con altri tratti dai ricordi e dalle esperienze di una vita al fine di rendere allettante ai più la lettura e la conoscenza di un episodio storico che mi sembra possa rappresentare anche la nostra società contemporanea con tutti i suoi pregi e difetti. Insieme al Vescovo, che aleggia sull’intero contesto, ho fatto rivivere gli uomini della sua corte e della sua guardia vescovile. Insieme ai Giurati e ai cittadini, ai nobili e ai popolani del tempo, ho fatto rinascere loro stessi e le loro famiglie con i loro problemi, amori e odi, le loro angustie, preoccupazioni e gioie. Tante storie si intersecano: la ribellione fa da filo conduttore, ma poi se ne distinguono altre tra cui un amore contrastato e un omicidio con relative indagini, quasi un giallo. Ho affrontato come tema conduttore soltanto la prima parte del mio saggio precedente e precisamente quella concernente la ribellione. Ho tralasciato invece la seconda parte relativa alla ripresa della lite tra Castrogiovanni e il Vescovo sino alla bolla del Papa Urbano VIII del 1632 che stabilì, riconoscendo le buone ragioni degli Ennesi, che la Città non dipendesse più dal Vescovo di Catania, ma passasse sotto la giurisdizione dell’Arcivescovo Metropolita di Monreale.